AD OVEST MOLTO AD OVEST: INTERVISTA AD ANTONIO GALLI TRA VENTO, MARE E TRE EPILOGHi
Antonio Galli racconta la fuga, la scelta e il coraggio di non tornare indietro
Ci sono interviste che si fanno davanti a un registratore acceso. E poi ci sono conversazioni che sembrano iniziare su una banchina, con il vento che scompiglia le parole e il mare che decide il ritmo. Con Antonio Galli non ho avuto la sensazione di “fare domande”. Ho avuto la sensazione di salire a bordo.
Ad ovest molto ad ovest è un romanzo che non si racconta da fermo. È una storia che si muove come il mare quando cambia corrente: apparentemente calma, ma attraversata da forze profonde. E mentre parlavo con l’autore, avevo la stessa percezione che si ha guardando l’orizzonte: qualcosa si allontana, qualcosa si avvicina, e non è mai del tutto chiaro quale delle due cose stia accadendo. Ho seguito questo libro nel suo percorso di editing, lavorando sulle onde lunghe della narrazione, sulle raffiche improvvise, sui silenzi che precedono uno scarto. Ma dialogare oggi con Antonio Galli significa spingersi oltre la tecnica. Significa andare là dove il romanzo prende vento.
Joe non corre soltanto.
Joe
prende il largo.
E quando qualcuno prende il largo, la domanda non è più “dove va?”. La domanda è: “Cosa sta lasciando indietro?” Questa non è un’intervista sulla trama. È un viaggio verso un confine liquido, dove l’ovest non è un punto sulla mappa, ma una scelta che ha il sapore del sale e del rischio. Andiamo, allora.
Molto
ad ovest.
D. Quando hai iniziato a scrivere Ad ovest molto ad ovest, avevi già in mente la rotta o stavi navigando anche tu senza sapere dove saresti approdato?
R. Assolutamente no, non sapevo dove sarei potuto arrivare. Non essendo uno scrittore di professione, ho iniziato a scriverlo in un momento particolare della mia vita: stavano accadendo molte cose che mi mettevano fortemente sotto pressione. Di solito scarico l’ansia in altri modi, ma in quel periodo la scrittura è diventata la mia zattera di salvataggio.
D. Joe prende il largo fin dalle prime pagine. È una fuga o è il primo gesto di libertà?
R. A mio giudizio, la fuga è sempre un gesto di libertà. È il desiderio di allontanarsi da ciò che non viene più percepito come positivo e cercare altro. Durante il periodo in cui scrivevo il libro mi è capitato tra le mani il saggio di Henry Laborit, Elogio della fuga, e una sua frase mi è rimasta scolpita dentro. Laborit diceva che la fuga non è solo una possibilità di sopravvivenza, ma anche l’opportunità di scoprire nuovi lidi in terre sconosciute. Il protagonista scappa da un pericolo, ma non si arrende a essere solo un fuggitivo: diventa attore della sua nuova condizione. Così esprime il suo voler essere libero.
D. Nel romanzo la verità sembra cambiare a seconda del punto da cui la si guarda. È l’orizzonte a spostarsi o siamo noi a pretendere una linea che non esiste?
R. È una domanda interessante, e anche un po’ provocatoria. Provo a rispondere con un’altra domanda: esiste davvero una sola verità? Per me ogni fatto, ogni situazione, è un poliedro che offre aspetti e sfumature diverse a seconda dell’angolo da cui lo si osserva. E così è la vita.
D. Andare “molto ad ovest” è una direzione geografica o il momento in cui si decide di non tornare indietro?
R. Ovest non è un luogo, ma una direzione in continuo movimento, che contempla anche la possibilità di tornare al punto di partenza. Ho preferito l’Ovest all’Est perché a Ovest tramonta il sole e termina la giornata. A Est il giorno nasce ogni giorno senza una mia responsabilità; sarà invece mia la responsabilità di come ho vissuto quella giornata. Alla fine potrò fare il bilancio di ciò che ho fatto, di come ho accolto ciò che mi è capitato, con un atteggiamento aperto del “qui e ora”. Ma attenzione: il “qui e ora” non significa vivere in modo edonistico senza pensare al domani. Nelle tradizioni orientali (e non solo) significa vivere pienamente il momento con consapevolezza.
D. “Non è il fare, ma l’essere che fa la differenza.” Questa frase può essere letta come il cuore morale del romanzo?
R. Cartesio diceva “Cogito ergo sum”. Il pensare e l’agire sono sempre conseguenza dell’essere. Il mio modo di vivere dipende dai miei valori e principi. Sono loro a formare la mia essenza e a determinare il mio agire.
D. La scelta dei tre epiloghi è una struttura narrativa forte e non convenzionale. È nata subito o è arrivata durante la scrittura?
R. Concludere un libro con tre finali è una scelta non convenzionale, ma non è questo il motivo per cui l’ho fatto. Inizialmente avevo in mente un solo finale. Poi, man mano che scrivevo, mi sembrava limitante. La storia lascia aperti tanti interrogativi. I tre epiloghi, in qualche modo, provano a dialogare con quelle domande.
D. Tra i tre finali, ce n’è uno che senti più vicino alla tua sensibilità di autore?
R. No. E anche se ne avessi uno preferito, non lo direi. Non sarebbe giusto nei confronti dei lettori. A mio giudizio sono intriganti e spiazzanti tutti e tre, e danno valore aggiunto alla storia. Preferisco che sia il lettore a scegliere quello più vicino alle sensazioni che il libro gli ha trasmesso.
D. Nel libro si parla molto di responsabilità individuale. Oggi, secondo te, siamo più inclini ad assumerla o a delegarla?
R. In una società come la nostra, orientata al successo a tutti i costi, siamo più inclini a prenderci i meriti e ad addossare ad altri la responsabilità degli errori. Mettiamo in evidenza i successi e tendiamo a nascondere gli sbagli. Da Mental Coach e formatore, credo che il successo sia spesso conseguenza degli errori fatti in precedenza. Assumersi la responsabilità degli errori permette di trovare metodo, motivazione e disciplina per migliorare. Dovremmo smettere di cercare colpevoli e iniziare a cercare soluzioni. Meno “Chi è stato?” e più “Come risolviamo?”.
D. Quanto c’è di autobiografico nella costruzione di Joe?
R. Molto. Anzi, direi moltissimo. Il libro, nato quasi per caso, è il frutto della mia irrequietezza, delle mie inquietudini, dei sogni che solo in parte ho realizzato. La fuga, in qualche modo — e chi mi conosce può confermarlo — mi rappresenta. Forse ce l’ho proprio nel DNA.
D. Se dovessi dire in una frase cosa rappresenta davvero “andare ad ovest”, cosa diresti?
R. Un viaggio non solo geografico, ma profondamente intimo. Un tentativo leggero ma sincero di rispondere alle domande che ognuno di noi, almeno una volta, si è posto per vivere meglio.
D. Perché un lettore, secondo te, dovrebbe leggere Ad ovest molto ad ovest oggi? E se potesse rispondere Joe… cosa direbbe?
R. Direi che dovreste leggere Ad ovest molto ad ovest perché è un romanzo che mescola introspezione e mistero, alternando ritmo, azione e profondità psicologica. Sembra un giallo, ma è qualcosa di più. Joe, invece, non direbbe nulla. Si limiterebbe a guardare il lettore e a regalargli un grande, sincero sorriso.
CONCLUSIONE
Lavorare a questo romanzo mi ha ricordato perché continuo a leggere e a editare storie: non per trovare risposte definitive, ma per restare dentro domande che non si lasciano chiudere. Joe non è soltanto un uomo in fuga. È una frattura. È il momento in cui qualcuno decide di non restare nel ruolo che gli è stato assegnato. E mentre lo si osserva correre verso ovest, inevitabilmente ci si chiede: cosa avrei fatto io? I tre epiloghi non offrono una soluzione. Offrono una responsabilità. Perché ogni finale dice qualcosa non solo su Joe, ma su chi legge. Joe non corre verso la sicurezza. Corre verso qualcosa che non conosce. E forse è questo il vero coraggio: scegliere anche quando non si è certi. Perché non sono le certezze a cambiare una vita, ma le decisioni prese quando non abbiamo tutte le risposte. E in quel margine fragile, l’incerto ha il sapore delle cose buone. Forse è proprio lì, in quella zona instabile tra scelta e destino, che si trova il vero “ovest”. E allora la domanda diventa inevitabile: quale finale avresti scelto tu?
STEFANIA COLASANTI
Ad ovest molto ad ovest è disponibile qui:
Sembra molto Intrigante la storia !
RispondiEliminaPS Bell'intervista
Un romanzo interessante, consiglio!! Grazie Anonimo.. Buona serata.
RispondiEliminaIntervista costruita con grande sensibilità e profondità.
RispondiEliminaDomande mai scontate, capaci di far emergere l’essenza del romanzo.
Complimenti per la qualità e l’eleganza del dialogo.
Grazie Rozalia.. un caro abbraccio.
RispondiEliminaStimolante Intervista... Ottimo invito alla lettura... Sarà senz'altro piacevole e all'altezza delle aspettative
RispondiEliminaGrazie.. ☺️
RispondiEliminaBellissima intervista complimenti. Credo proprio che acquisterò presto il libro. Riki
RispondiEliminaGrazie mille Riki, spero sia una buona lettura , lo sarà sicuramente.
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